Sogno di un codardo
October 21, 2025
08:50 PM
Penso a questo punto che io preferisca morire.
Ormai è diventato un pensiero ricorrente.
In una settimana di agosto ricordo come questo pensiero prendeva vita nella mia mente manifestandosi in vivide immagini.
Là dove il mare accarezza la spiaggia sono sdraiato, le gambe accavallate all'altezza delle caviglie. Poggiato sui gomiti reggo il busto alto quanto basta da concedermi l'orizzonte. Qua sono solo. Le onde si susseguono l'un l'altra. Perpetue si spingono adagiandosi stanche sulla sabbia delineando la fine della terra e l'inizio dell'ignoto. Il limite è sinuosamente ricamato di volta in volta un poco più in là, un poco più su. Ad ogni onda un pezzo di me scompare ma la cosa non mi agita. Prima sposto il peso su un gomito. Lascio scivolare il capo sino a poggiarsi sulla sabbia, lo accompagno con una mano dietro la nuca. L'altra mano si posa sul ventre dove il mio respiro si fa concreto. Respiro che come le onde si ripete, ciclico e allo stesso tempo, come loro, non si ripete mai. Ma se le analogie sono tante rimane una differenza incolmabile, l'illusione del perpetuo rimane una prerogativa dell'uomo che come tutti i sistemi dell'universo tende in realtà all'equilibrio più stabile, il nulla. Adesso guardo il cielo. Non c'è nuvola o gabbiano che interferisca. Poi c'è il Sole. Indifferente, perché ne ha viste tante e non si sorprende più di niente. Con gli occhi strizzati noto che tutto là mi sembra immobile, esattamente come sono io. Mi perdo nei pensieri instillati da quel blu avio che si riflette sulle mie pupille. Infine, un'onda, con un gesto la cui accezione si può scambiare per compassione, blandisce la mia guancia per un'ultima volta. Come nello spettacolo di un prestigiatore da quattro soldi, io svanisco. Il limite si rimette al mare. Le onde continuano a inseguirsi. Il sole, ancora non si è stupito. E io, sono finalmente sereno.
Ormai è diventato un pensiero ricorrente.
In una settimana di agosto ricordo come questo pensiero prendeva vita nella mia mente manifestandosi in vivide immagini.
Là dove il mare accarezza la spiaggia sono sdraiato, le gambe accavallate all'altezza delle caviglie. Poggiato sui gomiti reggo il busto alto quanto basta da concedermi l'orizzonte. Qua sono solo. Le onde si susseguono l'un l'altra. Perpetue si spingono adagiandosi stanche sulla sabbia delineando la fine della terra e l'inizio dell'ignoto. Il limite è sinuosamente ricamato di volta in volta un poco più in là, un poco più su. Ad ogni onda un pezzo di me scompare ma la cosa non mi agita. Prima sposto il peso su un gomito. Lascio scivolare il capo sino a poggiarsi sulla sabbia, lo accompagno con una mano dietro la nuca. L'altra mano si posa sul ventre dove il mio respiro si fa concreto. Respiro che come le onde si ripete, ciclico e allo stesso tempo, come loro, non si ripete mai. Ma se le analogie sono tante rimane una differenza incolmabile, l'illusione del perpetuo rimane una prerogativa dell'uomo che come tutti i sistemi dell'universo tende in realtà all'equilibrio più stabile, il nulla. Adesso guardo il cielo. Non c'è nuvola o gabbiano che interferisca. Poi c'è il Sole. Indifferente, perché ne ha viste tante e non si sorprende più di niente. Con gli occhi strizzati noto che tutto là mi sembra immobile, esattamente come sono io. Mi perdo nei pensieri instillati da quel blu avio che si riflette sulle mie pupille. Infine, un'onda, con un gesto la cui accezione si può scambiare per compassione, blandisce la mia guancia per un'ultima volta. Come nello spettacolo di un prestigiatore da quattro soldi, io svanisco. Il limite si rimette al mare. Le onde continuano a inseguirsi. Il sole, ancora non si è stupito. E io, sono finalmente sereno.